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STRUGGIMENTO (ETTORE E ANDROMACA)

 

La donna affondò la mano nella stoffa morbida del suo peplo e strinse forte per cercare di contenere le proprie emozioni, mentre la porta si apriva. Entrò nella stanza un uomo, alto e robusto. Era scortato da due servi che si affrettarono a versargli del vino in un bicchiere riccamente impreziosito e offrirglielo per poi uscire in fretta, obbedendo al padrone che li aveva congedati con un cenno sbrigativo della mano. Mentre questi abbandonavano la stanza, l'uomo studiò la figura della moglie che gli dava le spalle e guardava fuori. Sotto di lei, molto più in basso, si estendeva una pianura polverosa e sconfinata. E più lontano si potevano appena vedere piccoli puntini neri, folle brulicanti di guerrieri. All'orizzonte, il mare. Lì sorgeva l'accampamento di quegli uomini minacciosi, venuti a conquistare la rocca. Loro erano l'origine del profondo dolore che provava la donna e che cercava di nascondere al consorte, sforzandosi di sembrare forte. Eppure fu tradita da quel pugno stretto convulsamente nel suo vestito, che non passò inosservato al marito. Non appena la porta si chiuse e l'uomo sentì i passi dei servi allontanarsi, posò sul tavolino il calice e guardò tristemente la bianca figura davanti a lui.

Prese coraggio. Lui, un guerriero valoroso aveva paura di una donna. La situazione aveva un che di comico. Ma lei non era una qualunque, non lo era mai stata.

"E dunque, Andromaca, non mi saluti? La battaglia è durata a lungo, non ti assicuri che io stia bene?"

Lei strinse forte gli occhi, che le bruciavano, silenziosamente sospirò, poi si voltò. Sorrise leggermente.

'Il volto è un po' spento,' pensò suo marito, 'ma è splendida'.

Ella rispose cercando di sembrare tranquilla: "Perdonami Ettore, mi ero persa ad osservare il paesaggio." Lui, annuendo, fece finta di aver creduto alle sue parole, dopotutto aveva ben altro a cui pensare. Una notizia molto gravosa da riferire all'amata. Non sapeva dove avrebbe trovato il coraggio di guardarla nei suoi dolci e limpidi occhi e dirle che...

Le sorrise, accentuando le rughe agli angoli degli occhi che si erano formate negli ultimi dieci anni di guerra e che lo facevano sembrare più vecchio, sebbene fosse ancora nel pieno della giovinezza e delle forze. Ma nonostante il sorriso rassicurante, gli occhi urlavano, piangevano per il dolore. E Andromaca lo vide. Turbata ancora di più, si avvicinò a Ettore, gli pose amorevolmente le mani sul volto e lo scrutò preoccupata. La sua voce uscì in un sussurro: "Amor mio... che succede?" Nella stanza era sceso un silenzio tombale, si era sentito solo il fruscio della veste di Andromaca, la sua voce spezzata.

Il tentativo di Ettore di celare l'orribile notizia era stato vano, le bastava uno sguardo per comprendere il più minimo e volubile cambiamento del suo umore. Ignorando la voragine del petto che si apriva sempre di più, l'uomo continuò a sorridere, lentamente tolse le mani di Andromaca dal proprio viso. Le pose una mano sul fianco addolcito dalla sua prima gravidanza e la guardò con gli occhi pieni di lacrime amare.

"Vado a morire".

Andromaca si trasse a sedere respirando affannosamente. Per alcuni secondi non riuscì a vedere nè a capire dove si trovasse, poi il respiro si regolarizzò e la vista si fece meno sfocata. Si guardò intorno e capì di essere sul suo grande letto matrimoniale vestita di tutto punto. Iniziava a ricordare. Era primo pomeriggio ed il sole splendeva ancora caldo nel cielo, si era recata nelle sue stanze per cercare un po' di fresco e affaticata dal caldo spossante si era addormentata.

E aveva fatto quell'incubo. Mentre il respiro si regolarizzava ed il cuore batteva ancora forte nel petto, Andromaca si chiese se avesse potuto significare qualcosa. Che gli Dei avessero voluto mandarle un sogno premonitore? Un brivido gelido che sapeva di morte le attraversò la schiena. No, non poteva essere. Si riscosse, spinse violentemente via dalla testa quel pensiero orribile e si rimise in piedi. Mentre si ricomponeva, qualcuno bussò alla porta. Andromaca inorridì, ripensando al suo incubo, ma nella stanza entrò solamente una donna con un bellissimo bambino in braccio. Il fanciullo si guardava intorno e quando incontrò lo sguardo della madre si illuminò mostrando le gengive ancora prive di denti, in un sorriso adorante. Il volto di Andromaca si addolcì, gli andò incontro prendendolo in braccio ed iniziando a vezzeggiarlo con parole amorevoli. Andromaca si stese sul talamo nuziale insieme al figlio e iniziò a coccolarlo e a giocare con lui. La serena scenetta andò avanti per un po' di tempo finché un'ancella non entrò trafelata nella stanza.

"Mia signora, le disse affannosamente, "sembra esserci una svolta nella battaglia. Gli Achei stanno avendo la meglio sui nostri uomini!"

Rammentando il sogno, Andromaca si alzò di scattò. Senza esitazione pose suo figlio tra le braccia dell'ancella e le fece segno di seguirla. Lei era una donna forte, capace di stringere i denti di fronte alle difficoltà e anche quella volta non voleva perdere il controllo di sè. Spedita, si incamminò verso le mura. Voleva controllare dall'alto della rocca l'andamento della battaglia che si svolgeva nella pianura sottostante.

Giunta lì, si appoggiò con le mani al parapetto e guardò giù. Da lì non si distinguevano i troiani dai nemici. Erano semplicemente uomini, che si facevano la guerra per chissà quale motivo. Secondo Andromaca nessuna motivazione poteva giustificare l'uccisione di così tante persone, le ingiustizie e i crimini perpetrati in quella buia situazione in cui tutto era concesso. La guerra non aveva mai una buona ragione per essere compiuta. Eppure l'essere umano sembrava non poterne fare a meno. Mentre osservava la battaglia da lassù, sentì uno scalpiccio di passi e si riscosse. Sollevò il viso e guardò in direzione del suono. Un uomo bello e terribile nella sua armatura stava avanzando verso di lei e l'ancella con in braccio il suo bambino, lungo le mura. Era lontano e tuttavia Andromaca capì subito di chi si trattava dal portamento fiero e regale.

"Ettore..." La voce le uscì in un fievole sussurro ma i piedi già si muovevano verso il suo amato. Non si accorse nemmeno di stare correndo. Percepì soltanto il contatto con il corpo di Ettore che la stringeva. Poi entrambi si staccarono dall'abbraccio e si studiarono a vicenda per assicurarsi che andasse tutto bene. "Andromaca... hai idea della paura che ho avuto quando non ti ho trovato in casa?"

Lei lo guardò negli occhi, per avere la certezza che fosse tutto a posto, eppure...

"Mi devi perdonare ma... ho avuto come l'impressione che ti stesse per accadere qualcosa"

La donna notò qualcosa negli occhi di Ettore che non le piacque affatto.

Cercò di soffocare quella sensazione di morte che si spandeva nel petto e fin dentro la gola e che le impediva di parlare. "Ettore che succede? Parla, te ne prego."

Questo sospirò, chiudendo per un attimo gli occhi come per prendere coraggio e volgendo la testa verso il mare, poi la guardò.

"Achille Pelide vuole sfidarmi a duello. Ho ucciso il suo amato Patroclo e ora nulla placherà lui, la sua rabbia e la sua sete di vendetta se non combattere con me."

Andromaca aveva il corpo attraversato da fitte gelide per ogni parola che Ettore pronunciava.

Achille. Quell'uomo animava i peggiori incubi di Andromaca. E suo marito lo sapeva bene.

Lei deglutì. "Sai bene chi è Achille. È senza pietà, è crudele. Ha ucciso i miei fratelli, mio padre... Non lascerò che prenda anche te. Non tu che ormai per me rappresenti tutto, Ettore" ormai Andromaca piangeva e singhiozzava," tu sei per me il padre e la madre, sei la mia famiglia, il mio amore. Non puoi, non puoi. Almeno, ti scongiuro, pensa a tuo figlio Astianatte. Vuoi renderlo orfano di padre ad un età così giovane?"

Ma Ettore la interruppe: "Pensi che non lo sappia, Andromaca?" L'uomo aveva la voce spezzata e ormai senza forza, come se parlarle gli costasse molta fatica. "Pensi che non sappia che la mia morte ti distruggerebbe di dolore? Che se vincessero gli Achei non ti renderebbero schiava? Che non ucciderebbero il mio Scamandrio? Ma cos'altro posso fare se non andare incontro al mio destino? Non sarò certo un vigliacco come mio fratello Paride. Non sarò la vergogna di tutti i Troiani. Il mio onore rimarrà intatto fino all'ora della mia morte."

Lo sguardo di Ettore che si era andato indurendo via via che continuava a parlare si addolcì quando guardò Andromaca e Astianatte, un po' più indietro rispetto alla madre, in braccio all'ancella in lacrime.

Pose una mano sulla guancia di sua moglie e le disse: "Non ti addolorare, donna. Sii orgogliosa di me. Ma sii soprattutto forte. Sei la donna più coraggiosa che abbia mai conosciuto e tu sai di esserlo." Poi volse lo sguardo al figlio e tese le mani verso di lui. "Mentre tu, mio bimbo..." ma il fanciullo vedendo l'elmo lucente del padre si spaventò e, intimorito, cominciò a piangere. Questo fece sciogliere dalla tenerezza i due genitori, che si sorrisero, commossi da tanta innocenza. Allora Ettore si tolse l'elmo e prese in braccio Astianatte.

"Forse non sopravviverò a lungo per vederti crescere, diventare un uomo forte, un Troiano bellicoso. Ma so per certo che sarai in grado di mantenere il valore della famiglia anche senza di me..." Prese la mano di Andromaca nella sua. "e di proteggere la tua nobile madre."

Andromaca, di una bellezza decadente, li guardava sorridendo amaramente. Seguì i movimenti di Ettore quando pose nuovamente il figlio nelle braccia dell'ancella e si girò verso di lei. Si avvicinò, lei impulsivamente gli bloccò il polso stringendoglielo con una mano. Ettore ignorando quel gesto, le pose due baci leggeri sulla fronte e sulle labbra. Mentre i loro respiri si fondevano, le sussurrò: "Non rendere tutto più difficile. Devo andare, non me lo impedire."

E lei frenando gli impulsi che le ordinavano di urlare e ribellarsi, chiuse gli occhi e annuì. Percepì solo lui che si allontanava, la guardava un'ultima volta per imprimere il suo volto nella mente e se ne andava.

Non lo avrebbe più rivisto vivo.

Agata Moscogiuri IC

 


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